Belli. Sonetti. “Er curato”, 13 novembre 1833

Belli. Sonetti. “Er curato”13 novembre 1833

 

Belli, bacchettone impiegato del catasto pontificio, conosceva bene la situazione europea contemporanea e, pur parlandone sempre dall’ottica deformata e stravolta del suo popolano ribelle e biecamente reazionario, prende posizione e giudica (ma col Comico che sta sempre lì, presente e in agguato, a ribaltare ogni giudizio e ogni prospettiva). Il suo nome, inedito e clandestino a Roma e in Italia, una maschera di carnevale e di penombra, è per primo riconosciuto da Sainte-Beuve il quale, a sua volta, lo aveva conosciuto grazie a Gogol: “Straordinario! Un grande poeta a Roma, un poeta originale: scrive dei Sonetti in dialetto trasteverino, ma dei sonetti che si legano e formano un poema: sembra che sia un poeta raro nel senso più serio del termine (…) Non pubblica, e le sue opere restano manoscritte. Sui quaranta: piuttosto malinconico nel fondo, poco estroverso”. Quindi, un poeta malinconico e comico, introverso e osceno, che usa il più nobile dei generi poetici, il sonetto, per una materia greve e con una lingua “abietta e buffona”. Nell’Introduzione alla sua Commedia romana Belli aveva scritto che sbaglierebbe chi pensasse che “nascondendomi perfidamente dietro la maschera del popolano abbia io voluto prestare a lui le mie massime e i principi miei. Invece io ho ritratto la verità”.

Muscetta sostiene, riprendendo Bachtin e a ragione, che il nostro poeta sia stato un grande autore di “letteratura carnevalizzata”. Nella sua biblioteca trovavano posto quattro autori: Boccaccio, Rabelais, Voltaire, Hoffmann. A Roma il carnevale era un evento vissuto con intensità e languore nello stesso tempo: in quello Stato pontificio, compagine politica e umana al tramonto, l’allegria e la morte convivevano. Così, nei sonetti, le troviamo l’una accanto all’altra, la buffoneria si sposava al tragico. Ne voglio dare due esempi. Il primo è un crescendo rossiniano. Si legga questa terzina del sonetto “Er zucchetto der decan de Rota”, che dice: “Poi tutti: “Evviva er nostro Minentissimo”./ E cquello arisponneva: “Indeggno, indeggno” / e cquell’antri: “Dignissimo, degnissimo”. Nel secondo il poeta mette in scena un cardinalaccio in una casa di tolleranza; scoperto, questi proclama: “Io so io e voi nun sète un cazzo”; non è escluso che l’energumeno l’affascinasse più che non suscitasse la sua indignazione.

“Uno dei centri del suo interesse è la presenza ossessiva nella società romana del clero. I preti vivono a diretto contatto con le masse popolari, a volte ne condividono anche le misere condizioni di vita, eppure appartengono comunque ad una specie diversa, a quella società nella società che gestisce il potere, che può aprire o chiudere le porta del Paradiso e che, quindi, ha in mano la sorte degli individui e delle famiglie. Al di sopra di tutti ci sono i vescovi e i cardinali; più in alto ancora il papa”.

Suggerisco la lettura dei testi belliani soprattutto ai giovani d’oggi, abilissimi a usare le nuove tecnologie. Il movimento d’una poesia si realizza su quel piccolo telaio di sillabe che è il metro. Di sua natura, perciò, è veloce, portatile, trasmissibile, più della ponderosità di un romanzo: chiarezza, ritmo, bellezza, fascino. Il canale poetico, riscoperto, può allenare anche alla struttura rigorosa del codice comunicativo di Twitter, i cui messaggi devono essere formulati in maniera tale da essere racchiusi in pochi caratteri. Così una tradizione di studio umanistico, profondamente legato al senso polveroso della scuola e dell’insegnamento obbligatorio, può trasformarsi in una forma espressiva immediata, con l’avvertenza però di non impoverire il linguaggio e di mantenere la profondità del pensiero critico. Infine non si dimentichi mai la lezione di Andrea Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”. La parola “verso” –aggiungeva il grande poeta veneto- ha la stessa radice di “versoio”, l’attrezzo che rivolta le zolle: i poeti arano solchi in campi di silenzio e di meditazione nel quale possono crescere le parole.

Per una esauriente bibliografia sul nostro poeta suggerisco, mettendoli  a utile confronto per la diversità delle tesi sostenute: C. Muscetta, “Cultura e poesia di G. G. Belli”, Feltrinelli, Milano, 1961; G. Vigolo, “Il genio del Belli”, Il Saggiatore, Milano, 1963; G. P. Samonà, “G. G. Belli. La commedia romana e la commedia celeste”, La Nuova Italia, Firenze, 1969; P. Gibellini, “Il coltello e la corona. La poesia di Belli tra filologia e critica”, Bulzoni, Roma, 1979; R. Merolla, “Il laboratorio di Belli”, Bulzoni, Roma, 1984; M. Teodonio, “Introduzione a Belli”, Laterza, Bari, 1992.

 

                   “Er curato”                  13 novembre 1833

 

Ch’edè er Curato? E’ un pezzo de carnaccia

Co nnove bbusci messi in zimetria.

Li primi dua je serveno de spia

Pe ssapé ddove ha da slongà lle bbraccia.                               4

 

Dua ppiù ssotto, pòi fa cquer che sse sia,

Che ttanto a ccasa tua lui sce li caccia.

Dua sò uperti a cchì jj’empie la pilaccia,

E un antro è ppe pportà la carestia.                                 8

 

L’ottavo, nero nero e ffonno fonno,

Sta llì ammannito per rriempì ’ggni tanto

De puzza-e-vvento e dde rimore er Monno.                            11

 

E ll’urtim’è ppe ffà vvienì le dojje,

Sempre in vertù de lo Spiritossanto,

Drento a la panza de le nostre mojje.                               14

 

Metro: sonetto (ABBA, BAAB, CDC, EDE).

 

                                               Il curato

Che cosa è il Curato? E’ un pezzo di carnaccia (carne di bassa macelleria) con nove buchi messi in simmetria. I primi due (gli occhi) gli servono da spia per vigilare sui parrocchiani e sapere dove allungare le braccia per arraffare la roba e anche per catturare i reprobi e –perché no- anche palpeggiare le donne (visto quello che si scrive nell’ultimo verso). I due più sotto (le narici), tu puoi fare quel che si sia, che tanto a casa tua lui ci mette il naso a curiosare (era compito dei curati intrufolarsi dappertutto per vigilare sulla morale pubblica). Due (i buchi delle orecchie) sono aperti solo a chi gli riempie la borsa e un altro (la bocca divoratrice) è per portare la carestia agli altri perché divora tutto lui. Scendendo verso il basso, ecco  l’ottavo (il buco dell’ano), nerissimo e profondissimo, che sta lì pronto per riempire ogni tanto il mondo di puzza e di rumore (con le sue scoregge). E l’ultimo serve per far venire le doglie, sempre con la virtù dello Spirito Santo, dentro la pancia delle nostre mogli.

 

Qualche giorno prima, il 3 di novembre, Belli aveva scritto:

 

                                               Le stelle

 

Bbella dimanna! De che ssò le stelle?

Io sciò una rabbia sciò cche mme sciaccoro.

Bbasta avè ll’occhi in fronte da vedelle

Pe ppotello capì. Ssò ttutte d’oro.                                       4

 

Che tte ne pare? nun è un ber lavoro

C’ha ffatto Ggesucristo, eh Raffaelle?

Mette per aria tutto quer tesoro

Che sse move da sé! Cche ccose bbelle!                             8

 

Questo sì, ssò un po’ ttroppe piccinine,

Perché dde tante nun ce n’è mmanc’una

Che nnun pàrino occhietti de galline.                              11

 

Che jje costava a Ddio? poca o ggnisuna

Fatica de crealle, per un dìne,

Granne, ar meno che ssii, come la luna.                           14

 

“Vigolo così circoscrive il sonetto, andando al cuore della poesia belliana: “Incantevole rappresentazione dell’ingenuità, tutta fanciullesca, che è propria della fantasia primitiva. Anche se l’intento è, come altrove, di ritrarre le idee di una plebe ignorante e di mostrare in quale “buio di fallacie si ravvolge” (Introduzione del poeta), pure qui la grazia arguta, la felicità viva dell’espressione fa di per sé poesia, nella cornice di un sorriso bonario”.

 

                                                        Gennaro  Cucciniello