Napoli e i morti adottati

Napoli e i morti adottati

Una città che soffre e sogna

 

Ne “La Lettura” del 13 dicembre 2020, supplemento culturale del Corriere della Sera, a pag. 25, Adriano Favole commenta il saggio di Ulrich Van Loyen, “Napoli sepolta. Viaggio nei riti di fondazione di una città”, Meltemi editore, pp. 408, € 24.

 

Una ventina di anni fa, quando lavoravo a un libro comparativo sul destino del corpo dopo la morte, avevo visitato la cripta della chiesa di San Pietro ad Aram, a Napoli. Da tempo ormai avevo familiarizzato con cimiteri, antiche sepolture, reliquie di santi cristiani più o meno famosi, reliquie di altre culture, come i crani rimodellati e dipinti del Sepik, in Nuova Guinea, o i crani incisi di sperdute isole polinesiane. La lettura di un bel libro di Stefano de Matteis e Marino Niola, “Antropologia delle anime in pena”, (Argo, 1997), i loro racconti della pratica di adozione dei morti a Napoli, mi avevano spinto verso una città che non conoscevo. Visitando chiese e ipogei, mi chiedevo perché la promiscuità con i resti umani che caratterizzava nell’epoca pre-coloniale molte società dell’Oceania fosse apparsa così esotica e barbara ai primi missionari cristiani, al punto che fecero di tutto per sradicare quei culti pagani, mentre essi stessi erano gli ultimi discendenti di una istituzione, la Chiesa, che almeno dal III secolo d.C. aveva venerato le ossa dei santi. A pensarci bene, le reliquie sono state nella storia dell’Occidente al centro di contese politiche e giganteschi interessi economici; hanno orientato il cammino dei pellegrini, accompagnato la fondazione di ogni chiesa e secondo alcuni studiosi sono all’origine di quello che, più prosaicamente, oggi chiameremmo turismo.

Napoli era piena di turisti, ma l’impressione fu che non molti di loro scendessero all’ipogeo di San Pietro. Il sito non era patrimonializzato come mi sarei aspettato. La guida era una robusta donna di mezza età, con un pronunciato accento e un maglione modesto, non del tutto a suo agio con le domande. Quasi tutti le chiedevano perché ci fossero ormai pochi crani e lei spiegava sbrigativamente che ora riposavano al cimitero delle Fontanelle. Invitava a leggere, all’ingresso, il decreto con cui, nel 1969, Corrado Ursi, arcivescovo al servizio del Concilio Vaticano II, aveva bandito il culto. Oggi, diceva, la gente rispetta i crani, ma la venerazione va riservata ai santi. Provai a chiedere perché la Sposa, così era stato denominato uno dei resti umani rimasti, fosse sommersa di bigliettini con preghiere e frasi di ringraziamento e da foto a colori, presumibilmente di morti recenti. Rispose senza dare risposta con una frase di cortesia.

L’adozione di morti anonimi attraverso la cura dei loro resti, i crani in particolare, è diffusa in diverse chiese, siti e cimiteri di Napoli. Si tratta, secondo la tradizione, di “anime del Purgatorio”, pezzentelle, che i vivi adottano curandosi di loro e tirandole via dall’anonimato (spesso venivano dati loro nomi come il Capitano, il Dottore, il Soldato, il Cieco, a volte persino nomi propri come Maria Domenica). In una città e soprattutto in quartieri come Sanità e Secondigliano che ancora esaltano i vincoli di reciprocità familiare, i morti adottati interagiscono per i vivi a cospetto dei Santi e della Madonna, non sempre per restituire favori in forma tangibile (guarigioni, fertilità, matrimonio), ma quasi sempre infondendo speranza, coraggio, un po’ di serenità a vite spesso segnate dalla sofferenza.

E’ attorno a questo culto che prende forma una delle più belle monografie antropologiche recenti, “Napoli sepolta. Viaggio nei riti di fondazione di una città”, (Meltemi, 2020). L’autore, Ulrich van Loyen, è un tedesco, studioso di etnologia, di religioni, di letteratura di viaggio. Ci gioca, van Loyen, sull’essere straniero, come un antropologo sbarcato da Marte che osserva i nativi. E giocano con lui i suoi interlocutori napoletani che lo vedono come uno che contraddice in tutto gli stereotipi del tedesco preciso, rigoroso e puntuale. Prendendo a prestito un’espressione dell’autore, potremmo dire che il libro è “un intreccio di livelli mitici, individuali, locali, universali”. Il primo filo dell’intreccio è un culto dal sapore arcaico, in realtà piuttosto recente –al cimitero delle Fontanelle l’adozione del cranio è testimoniata dalla fine del XIX secolo, e si è irrobustita durante la Seconda guerra mondiale, quando madri e spose vennero qui a prendersi cura di morti anonimi come se fossero i loro cari dispersi al fronte. Van Loyen usa i luoghi del culto come centri di irradiazione di percorsi di ricerca che lo portano verso le reti familiari dei devoti, lo spingono a indagare trame pericolose attraverso cui il crimine organizzato usa i siti principali del culto, lo conducono al cospetto di veggenti, possedute, curatrici.

Un secondo filo del libro è il denso racconto della vita dei quartieri, in particolare Sanità e Secondigliano. Van Loyen usa sapientemente l’etnografia, alternando le sue riflessioni alle pagine descrittive del suo diario di campo, senza concessioni alla pedanteria accademica. Napoli, quella Napoli, gli appare come un mondo in perpetuo movimento, apparentemente senza una direzione, dove circolano persone che gli raccontano desideri, sogni e aspirazioni, dove si intrecciano progetti di futuro e disoccupazione, droga, criminalità e gesti di altruismo quotidiano. Tra le frequentatrici del culto delle anime ci sono madri di detenuti, che si curano dei loro figli scomparsi con la mediazione di morti anonimi.

Il terzo filo, il più robusto, dà originalità a tutto il libro. L’autore non cade né nella trappola della superstizione,come se il culto dei crani o ciò che ne resta fossero una sopravvivenza arcaica, in piena contemporaneità, di epoche tramontate. E neppure cede alla tentazione di interpretare il culto come una reinvenzione postuma di tradizioni, come se i patrimoni resi tali da classi agiate che si atteggiano a difensori degli umili e ne restaurano le vere tradizioni, avessero saputo ridare una vivacità posticcia al culto. Il filo robusto dell’antropologo tedesco, la sua stoffa, è la rara capacità di narrare quel precipitato di vite individuali e di tragedie collettive così come esse si manifestano oggi nel culto delle anime o comunque nei luoghi in cui giacciono i loro resti, come alle Fontanelle.

Quei luoghi sono come vortici capaci di attrarre pensieri, riflessioni e pratiche che hanno a che fare con il nostro essere mortali e vulnerabili, col fatto che solo mettendoci in relazione, tra noi e con chi è vissuto prima di noi, possiamo in parte arginare le tragedie della vita. Alle Fontanelle sembrano addensarsi le crisi collettive che hanno segnato la città: epidemie di peste, di colera, di vaiolo che hanno prodotto migliaia di corpi anonimi; terremoti come quello del 1980 che portò alla chiusura di diversi siti sepolcrali; le eruzioni del Vesuvio; la guerra e l’uso delle cripte come rifugio antiaereo. Nei siti del culto delle anime del Purgatorio ci sono soprattutto, con tutta la loro carica di drammaticità e sofferenza, le vite degli uomini e soprattutto delle donne che van Loyen ha incontrato. Vedove, madri che hanno perso figlie e figli, pensionati che preparano pasti per i poveri, implorando la loro intercessione contro la malattia della solitudine.

Il culto dei morti a Napoli, come dimostra tra l’altro l’attenzione riservata alla scomparsa di Maradona, non è né una sopravvivenza né un patrimonio: è un addensarsi di vite che, a loro modo, riflettono la fragilità umana. In una contemporaneità che ha estromesso la morte, che l’ha resa pornografica come diceva Goffrey Gorer, i teschi e i crani che punteggiano Napoli, sopra e sotto la città, le danno il volto di una metropoli fragile, nella quale mortalità e vulnerabilità convivono con la vita. Come direbbe Bruno Latour, forse Napoli, o almeno i quartieri frequentati da un empatico antropologo tedesco, non è mai stata moderna, ma non è neppure arcaica.

 

                                                        Adriano Favole